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venerdì 31 luglio 2020

Solidarietà

Sotto al portone del nostro palazzo negli ultimi mesi c'è sempre un ragazzo di colore che chiede l'elemosina. Io non dono mai soldi ma porto sempre qualcosa da mangiare, sia a lui che al SensaTetto della mia via che io francamente adoro (devo aver scritto un post una volta su di lui, magari ne scriverò un altro). Ieri, dopo essere andata dal fornaio a prendere il pane, ho preso in più una brioche salata per lui e la ragazza al bancone mi ha chiesto con cosa la volessi ripena. “No no, non è per me, è per il ragazzo di colore fuori dal mio portone, me la dia vuota”. Lei ha annuito, l'ha messa in un sacchetto e al momento di pagare mi ha sorriso e mi ha detto “A sto giro a lui la offriamo noi”. Ma quant'è meravigliosa la solidarietà umana? Quando succedono queste cose, sarà che sono una persona sensibile, sarà che sono una persona emotiva, ma il mio cuore si apre e si riempie di felicità.

lunedì 6 luglio 2020

Le prime cose belle

Ore 8,00 a.m. Guida assonnata. Radio 2. Ascolto: Qual è stata oggi la vostra prima cosa bella?

Beh... E' sicuramente stato svegliarmi naturalmente, senza sveglia e senza rumori, visto che le mie figlie sono al mare coi nonni.

No... no...

E' stato svegliarmi sentendo il bimbo muoversi nella mia pancia. Un TIC piccolo ma deciso per darmi in buongiorno.

No... no...

E' stato svegliarmi sentendo il rumore della pioggia battente sulla tettoia.

A pensarci attentamente siamo davvero circondati da piccole cose belle.

mercoledì 19 febbraio 2020

Confronti

Nella nostra quotidianità quante occasioni di confronti fisici abbiamo? Io non ne ho e da anni. Mi vedo allo specchio nuda e vedo solo me, non ho altre donne reali con cui fare paragoni. Posso vedere dei film, delle serie tv in cui compare qualcosa di qualcuno ma nella pura realtà vediamo solo persone vestite che sapientemente o meno nascondono la loro nudità. Mi è parso strano dunque questa estate ritrovarmi a fare la doccia nello spogliatoio femminile del beach volley e questo perché quando vado a giocare durante l'anno a pallavolo nessuno osa farsi la doccia in quel minuscolo bagno a misura di bambino. E la cosa che mi è parsa più strana è stato il divario fra il fisico nudo e il fisico vestito delle giocatrici in campo. Quelle che ritenevo perfette si sono rivelate col seno piccolo e magari cadente, quelle che ritenevo magre si sono rivelate con la panciotta prominente e la cellulite sulle cosce, quelle che ritenevo cicciotte si sono rivelate sode e ben messe. Lì in mezzo nessuna poteva dirsi perfetta. Tutte, anche quelle più belle, le più magre e più attraenti, avevano qualche particolare fisico che mi riconduceva alla realtà. So che si dice sempre che non esiste nulla di perfetto, ma vederlo coi propri occhi mi ha fatto strano. E soprattutto mi ha fatto strano vedere che chi ritenevo perfetta in realtà, nuda, non lo era affatto. Forse sono banalità ma in una mente deviata dal disturbo alimentare, vi assicuro che non lo è.

martedì 18 febbraio 2020

Una sana via di mezzo

Sono tornata su facebook da qualche mese. Pare che io essendo la... boh... frontwoman? del trio musicale e avendo il trio una pagina facebook non potevo esimermi dal crearmi un profilo. A farla breve mi sono ritrovata di nuovo nel magico e allucinante mondo del social e la prima cosa che mi è saltata all'occhio è stata la seguente: le opinioni categorizzate. Tutti i duecentomila “amici” che ho possono essere categorizzati per le scelte per le quale battersi: che c'è pubblica solo post pro-vegan, chi solo post pro-sport, chi solo post anti-politica, chi solo post pro-migranti, chi sono post anti-migranti, chi solo post gluten free, chi solo post sulla vitamina D, chi solo post pro-vaccini, chi solo post anti-vaccini, chi solo post pro-aborto, chi solo post anti-aborto e cos via. Ogni individuo, insomma, pare abbia scelto la sua battaglia totalizzante per la quale inonda il social con foto, scritti, link ad articoli, dalla mattina alla sera. Per giorni e giorni mi sono chiesta come mai io invece non mi schieri mai con alcuna fazione o come mai io non abbia una mia personale battaglia per cui lottare e la risposta è davvero semplice: la via di mezzo. Per ogni argomento per il quale mi informo ci sono tante, tantissime opinioni discordanti, tantissime fake news e tantissimi studi scientifici. Per ogni argomento ci sono i pro e i contro e spesso (non sempre) non esiste una parte che abbia totalmente ragione e una parte che abbia totalmente torto. Mi sono venute in mente le parole del Guccio in una sua famosa canzone “io dico addio a chi non sceglie non prende parte non si sbilancia” e all'inizio mi sono sentita quasi in colpa ma poi in realtà ho compreso che non è così che funziono. No. Io sono una persona che prima di prendere parte deve informarsi, deve comprendere, deve studiare e la maggior parte delle volte si rende conto che non esiste una via giusta e una via sbagliata, che esistono sfaccettature e che spesso occorrerebbe un semplice buonsenso per rimanere nella sana via di mezzo. Questo buonsenso francamente non lo vedo più, o forse non fa più così tanta tendenza e chi, come me, è per un normale equilibrio non si esprime perché semplicemente ha scelto una terza via in uno schieramento normalmente bipolare.

martedì 2 luglio 2019

Nel mio piccolo quotidiano


Ma cosa facciamo noi, nel quotidiano, per non avere un impatto devastante sulla natura che ci circonda?

Questa è la domanda che Mr. D, qualche giorno fa, mi ha spiattellato davanti a un'insalatona fresca e che ancora mi ronza in testa. Io sono una di quelle persone che ci tiene, ci tiene davvero parecchio, e che cerca in ogni cosa che fa di essere in linea con quello che crede. Ecco cosa faccio io, nel mio quotidiano:

  1. non ho la macchina, giro in bicicletta sempre e comunque, a costo di farmi 4 ore di bici il lunedì per portare avanti indietro le figlie nelle loro varie attività, a costo di essere sommersa dalla neve e arrivare in ufficio con le dita semincongelate
  2. differenzio qualsiasi tipo di rifiuto tanto che il sacchetto dell'indifferenziata sia al lavoro che a casa nostra è quasi sempre vuoto
  3. compro e consumo prevalentemente detersivi ecolabel e a volte mi cimento a farmeli in casa prevalentemente con aceto e bicarbonato
  4. non abbiamo il condizionatore a casa nonostante i duecentocinquantamila gradi nel centro storico di Bologna. Al lavoro il condizionatore ce l'ho ma non lo accendo
  5. non sono una consumista e meno roba ho meglio sto (non solo di vestiti eh). In questo momento per esempio ,tranne la biancheria intima e le scarpe, tutto quello che indosso mi è stato passato da qualcuno che non lo voleva più (la maglietta da una delle mie più care amiche, i pantaloni dalla zia di Mr D.)
  6. non ho mangiato carne né pesce per davvero tantissimi anni. Nell'ultimo anno mi è stata imposto di mangiarne almeno un po' per evitare di svenire per strada e così ho introdotto una volta a settimana la carne e una il pesce anche se francamente ne farei anche a meno
  7. sto attenta al consumo dell'acqua riutilizzando quella di cottura per le mie piante che devo dire, unita ai fondi di caffé e ai gusti d'uovo, apprezzano decisamente la dieta
  8. i miei dispositivi tecnologici durano millenni. Sto molto attenta alla conservazione di quello che ho perché, così mi hanno insegnato, se una cosa si tiene bene dura una vita. Mi ricordo due anni fa quando mi arrabbiai perché il mio silk-épil aveva smesso di funzionare. E' praticamente nuovo! Ho gridato mentre mia mamma, stupita, mi ha ricordato che lo avevamo preso quando avevo 16 anni. Vent'anni di onorato servizio
  9. quando utilizzo gli elettrodomestici uso i cicli eco
  10. quando posso compro cibi biologici e se non posso evito quelli con packaging imbarazzanti

Insomma, il poco che posso fare nel mio piccolo lo faccio.

martedì 4 giugno 2019

Il macigno

Fin da quando mi sono ritrovata a ragionarci su, ho sempre pensato la stessa cosa: il lavoro non è la priorità, la famiglia è la priorità. Il lavoro per me serve a pagare il cibo e deve permettermi di stare a casa mezza giornata con le mie figlie perché ci tengo a stare accanto a loro senza delegare a terzi. Ovviamente il lavoro non mi deve fare schifo, ci passo la metà delle mie giornate, ma non è la priorità. In parole povere: accetto un lavoro che non mi faccia schifo per riuscire ad occuparmi della famiglia. Di lavori per portare a casa la pagnotta ne ho fatti tanti, ricordo quando Primogenita andava all'asilo nido e io mi alzavo alle quattro del mattino per andare a servire le colazioni in hotel e poi, staccato dal lavoro, la andavo a prendere da scuola. Ora ho un lavoro che non fa schifo o che almeno non mi ha fatto schifo fino ad oggi però non è che mi entusiasmi proprio. E oggi, immersa fino al collo nelle scartoffie, mi sono soffermata a pensare: ma dove è finito il mio lavoro da giornalista? Dove è finita la mia laurea? Io lo so che professionalmente non sono per nulla realizzata perché ho scelto di essere realizzata in un altro splendido ambito ma oggi mi pesa più del solito. E' lì, sullo stomaco e sul collo: un bel macigno.

venerdì 31 maggio 2019

Il senso di colpa della malattia

La bulimia e i DCA in generale si accompagnano inesorabilmente al senso di colpa. Ma porcadiquellapuzzolaladra quale altra malattia ti fa sentire in colpa semplicemente perché ti sei ammalato? E' come se un diabetico si sentisse in colpa per avere il diabete. Assurdo. In questo quasi anno di terapia ho capito che il senso di colpa fatica ad andare via, ti si appiccica fastidiosamente addosso e occorre un lavoro costante ogni volta che ti senti invadere dentro. Per me in particolare si tratta anche di vedere e accettare la malattia di mia madre, anche lei con DCA. Accettare la sua malattia è un passaggio importante per accettare la mia malattia, un disperato tentativo di non diventare come lei. Non è facile capire che non dipende dalla sua né dalla mia volontà ingrassare o dimagrire o vomitare o essere fissate col cibo e non ha senso colpevolizzarla per come è fatta perché, in realtà, il peso è solo un modo che la mia mente ha trovato per non vedere l'evidenza: il suo abbandono e la sua costante non coerenza

mercoledì 29 maggio 2019

Francamente non me l'aspettavo. Il primo medico che l'ha visto mi aveva tranquillizzato dicendo che comunque, alla vista, sembrava “carino” per cui con calma avrei dovuto fare accertamenti ma senza ansie. Il secondo medico che l'ha visto aveva confermato quanto detto dal primo, mi aveva detto che la forma era buona, che secondo lui non c'era da preoccuparsi e che con tutta probabilità si trattava solamente di una cisti. In questo mesetto alle pochissime persone a cui l'avevo detto rispondevo sempre che ero tranquillissima perché mi avevano più volte ripetuto che non era nulla di che. Per cui ieri quando sono andata a ritirare l'istologico sono caduta dal pero. La dottoressa di turno mi fissava coi suoi grandi occhi neri buttandomi addosso tutta una serie di informazioni dai nomi altisonanti la metà delle quali al di fuori di qualsiasi comprensione umana. Non riuscivo bene a capire davvero quello che mi stava dicendo finché non sono stata affidata a un'infermiera che con pazienza e dolcezza mi ha spiegato tutti i passi da fare. In quel momento ho capito perché ad oncologia fissano sempre un appuntamento per andare a ritirare i referti e ti dedicano davvero tutto il tempo necessario senza liquidarti con una busta in mano consegnata dall'addetto di turno. La notizia di per sé poteva decisamente essere peggiore ma io, sicura che mi avrebbero detto che era tutto a posto, ci sono rimasta di stucco. A farla breve quello che mi è stato prelevato dal seno non è maligno (grazie al cielo) ma è in una situazione borderline (precanceroso credo l'abbiano definito nell'ovatta di quella conversazione strana) per cui mi hanno fissato una visita chirurgica. In seguito a tale visita, a quanto ho capito, si riuniranno l'oncologo, l'anatomopatologo e il chirurgo per decidere se operarmi. Nel caso decidessero di operarmi mi toglieranno quello che devono togliere e lo analizzeranno e nel caso vengano fuori conferme dovrò iniziare la terapia che loro riterranno più adatta: radio o chemio. Non ero triste o preoccupata ma mi sentivo decisamente caduta, caduta dal pero (non riesco a trovare un termine più adatto). Ho avuto una mezz'oretta di smarrimento totale in cui mi sono vagamente concessa di preoccuparmi e poi ho preso la decisione di affrontare un passo alla volta senza fasciarmi la testa. Per il momento mi limiterò dunque ad andare alla visita chirurgica, magari decideranno di non intervenire. Chissà.
Questo post in realtà però l'ho scritto per quello che è successo dopo.
Mi sono sempre chiesta quando uno si ammala perché non vuole che si sappia in giro. In fondo può arrivare solo conforto. O no? Beh. La risposta è no. Ho telefonato a Mr D. pregandolo di non parlarne a mia mamma (la mia ansiosa mamma) perché avrei voluto eventualmente dirglielo io, quello che però non potevo sapere era che lei era lì alla scrivania con lui e ha ascoltato tutto. Per ben tre volte ieri pomeriggio le ho detto, dritta negli occhi, che non volevo alcun consiglio da alcun santone di sua conoscenza e che se avessi in futuro voluto tali consigli glieli avrei chiesti. Tre volte in tre momenti diversi. Fino a che dopo la terza telefonata ho visto sul telefono il numero di suo marito: “Ciao B., ti chiamo perché sono molto preoccupato per tua madre per quello che si è saputo oggi pomeriggio. Possiamo parlare?”. L'ho liquidato in due nanosecondi mentre sentivo la rabbia salirmi alle tempie. Non parlo mai quando sono arrabbiata, aspetto sempre di sbollire. Perché i casi potevano essere due:
  1. è preoccupato perché mia madre è andata in ansia dura per quello che mi è capitato. Ma porcadiquellaputtana ma qui quella che dovrebbe andare in ansia sono io, o no? Per una volta nella vita io ho la precedenza... o no?
  2. È preoccupato perché mia madre è andata in ansia perché non voglio ascoltarla sui consigli dei vari santoni. Ma porcadiquellaputtana ma te l'ho detto tre volte (non una... tre) e non vengo ascoltata, la mia volontà non viene accolta neanche in una situazione simile?
Di norma quando mi arrabbio trovo sempre qualcosa che giustifichi la parte avversaria e che mi fa automaticamente sentire in colpa ma a questo giro, probabilmente per la prima volta nella mia vita, non l'ho trovata. Io sono nella ragione e lei nel torto. Punto. Per una volta nella mia vita qui si sta parlando di me e non di lei. Dopo la notizia, neanche troppo pesante, ero riuscita a trovare un mio equilibrio ma adesso mi sento come se anche in una situazione simile io non avessi la precedenza.
'Fanculo.
E per i più curiosi alla fine l'ho richiamato. Stranamente molto ferma e anche un po' arrabbiata gli ho detto che l'avrei ascoltato se aveva intenzione di parlare per vedere come fare con mia mamma ma che non avrei ascoltato nulla su santoni vari perché avevo già ribadito tre volte che quando eventualmente avrei voluto avrei chiesto io. Mi sono sentita dire che le cose era strettamente collegate e mi sono subìta il pippone sul santone. 'Fanculo.

giovedì 9 maggio 2019

Ai miei tempi... e ai suoi

Quando io ero giovane (eh si, ho iniziato un post come una vera vecchietta) le cose erano diverse. I bambini, e i ragazzi, avevano molta più libertà di quella che viene loro concessa adesso. Io ricordo che alle elementari giocavo da sola nell'enorme parco sotto casa, andavo fino al fiume, e passavo i pomeriggi in totale libertà finché mia nonna, dalla finestra, non iniziava ad urlare che era pronta la cena. E non vivevamo sperdute in un paesino fra i monti ma in città piena. Alle medie mi ricordo che andavo a scuola a piedi da sola, ci mettevo circa mezz'ora e dovevo attraversare due stradoni enormi senza attraversamenti pedonali. A 17 anni ricordo che andai da sola al concerto degli U2 a Reggio Emilia, il concerto più grande mai tenuto fino ad allora, e questo senza che mia madre battesse ciglio. Oggi le cose sono diverse. Io non sono e non sono mai stata una mamma pancina anzi chi mi conosce sa che ho sempre spinto verso la totale indipendenza delle mie bambine ai limiti dell'assurdo (ad esempio le mie figlie si vestono da sole da quando avevano due anni con risultati all'inizio spesso allucinanti). Però c'è da dire che (altra frase da vecchietta) i tempi sono decisamente cambiati. Per questo motivo accompagno ovunque le mie figlie pur lasciando loro libertà. Dall'inizio di quest'anno però Primogenita ha iniziato a manifestare il desiderio di andare a scuola da sola e, diciamocelo, per me problemi non ce ne sono ma la ragazza ha dovuto scontrarsi con la ferrea capocciaggine del padre. Alcune volte è capitato, quando toccava a me accompagnare le cinnazze a scuola, di salutarla sull'uscio di casa e farla andare avanti da sola seguendola a distanza con la sorella ma più di così non era concesso. Passato quasi un anno la ragazza ha iniziato a passare dal desiderio di andare da sola al bisogno di andare da sola e allora, insieme a lei, mese scorso abbiamo escogitato il piano diabolico all'insaputa di Mr D.: metterci d'accordo io con la mamma e lei con la figlia di questa mamma per far andare insieme le ragazze a scuola seguite a superdistanza da noi mamme. Il no secco paterno è arrivato ancor prima di quanto ci aspettassimo ma con la fastidiosa insistenza che solo i bambini riescono ad avere, ieri Primogenita è riuscita a strappare al padre un sì riluttante (probabilmente Mr D. neanche a stava ascoltando, fagocitato da una telefonata di lavoro). Fatto sta che questa mattina lui si è occupato della piccola mentre io e Primogenita siamo andate fuori da sole, abbiamo aspettato la sua amica e loro si sono avviate a scuola con un sorriso a duecentomiliardi di denti stampato in faccia. Devo dirvelo: mi ha fatto strano. Io non sono una mamma pancina ma mi ha fatto effetto pensare che non accompagnerò più mia figlia a scuola, che non le terrò più la mano nel tragitto da casa e che non le darò più il bacio poco prima di entrare. Gliel'ho detto in modo molto sereno, concludendo che però è giusto così, che sono contenta che stia crescendo e che sia una persona responsabile. E mentre da dietro la seguivo a distanzissima, pensavo a quanto veloce scorra il tempo per noi genitori. Per quanto affetto e tempo dedichiamo ai nostri figli, non ci sembra mai abbastanza.

martedì 30 aprile 2019

Il mio nonnonno

Quando ero piccola mi portava sulla sua moto a pescare al laghetto. Era paziente, sorridente e generoso. Andavamo insieme con mia nonna a mangiare fuori la pizza e io la prendevo sempre bianca con le zucchine, la meringa per dolce. Era gentile, solare e “familiare”. Non mi è mai sembrato strano avercelo per casa nonostante sapessi tutto: sapevo che aveva un'altra famiglia, una moglie, dei figli e dei nipoti. Sapevo che era l'amante di mia nonna e sapevo che stava con lei dalla nascita di mia madre che però non era sua figlia. Sapevo che mia nonna e lui si erano conosciuti quando mio nonno, il mio vero nonno, l'aveva abbandonato incinta per scappare e non tornare più e sapevo che lui, con amore e generosità, si era (e si è sempre preso) cura di lei e di quella figlioletta che ancora aveva in pancia. Ha sempre pensato a tutto, ci ha sempre aiutato economicamente (e ne avevamo davvero tanto bisogno) ed è sempre stato lì quando ne avevamo necessità. Era sempre lui che veniva da noi, non avevamo un numero di telefono al quale contattarlo né un indirizzo al quale andarlo a trovare. E poi, dopo 56 anni, mia madre ha preso mia nonna e si è trasferita in Sicilia. Lui continuava a venire da me, gli ho fatto conoscere Primogenita ma poi mi sono trasferita anche io e da allora è stato tutto più difficile fino a che, due anni fa, si fece vivo con mio padre perché aveva voglia di vedermi. Ci sentimmo al telefono e mi promise che mi avrebbe richiamato per metterci d'accordo. Ma non chiamò più. Qualche giorno dopo ho sognato che era morto e che mi veniva a trovare per farmi sapere che stava benissimo nell'aldilà. Mi sono svegliata con una tale angoscia da riuscire a convincere Mr D. a portarmi in giro per tutti i cimiteri di Bologna. Non trovandolo mi convinsi che era stato solo un brutto sogno e sicuramente stava bene. Ieri ho saputo che quel sogno fatto due anni fa era vero e che non l'ho trovato al cimitero perché è stato seppellito fuori città. Ho pianto tanto, con un Mr. D. che non poteva far altro che abbriacciarmi. Continuavo a ripetere ossessivamente un mi dispiace tanto, mi dispiace davvero tanto come se non riuscissi a trovare le parole giuste per esprimere il mio dolore. Io non l'ho mai giudicato per la doppia vita che ha condotto, ho sempre visto e tutt'ora vedo solo il bello. L'ho sempre ritenuto una delle persone più generose e belle che io abbia mai incontrato e ora che non c'è più... mi dispiace davvero tanto.

lunedì 15 aprile 2019

Sono stata a Parigi una sola volta. Avevo undici anni ma quel viaggio, quella città, quei monumenti, mi hanno segnato così tanto che sono diventata storica dell'arte. Incollata alla diretta fino a notte fonda, non ho potuto fare a meno di provare dolore e smarrimento davanti a tanta distruzione. Ho pensato che il mondo, il mio mondo, non sarebbe più stato lo stesso, ho ascoltato commenti, sentito critiche, mi sono indignata, mi sono arrabbiata, mi sono messa a piangere. Ma di una cosa sono certa: come una fenice di straordinaria forza risorge dalle proprie ceneri così la Cathédrale Notre-Dame tornerà a risplendere di spettacolare bellezza e infinita interiorità.

martedì 2 aprile 2019

Il movente

In molti, soprattutto uomini, ultimamente mi chiedono cosa ci sta dietro a un cambio così radicale di capelli. Quasi tutti sostengono che se una donna cambia così tanto ci deve essere alla base un avvenimento traumatico, un desiderio di cambiamento profondo o una rottura con un passato indesiderato. Per quanto mi riguarda non c'è nulla di così eclatante. Banale vero? Ho cambiato perché avevo voglia di cambiare. Punto. Sono anni che desideravo tagliarmi i capelli corti e farmeli bianchi ma per un motivo o per un altro, soprattutto legato all'opinione delle persone che mi stanno intorno, ho sempre rinunciato. Ogni volta che accennavo questo desiderio con qualcuno mi sentivo sempre rispondere che sarebbe stato strano, che non sarei stata bene, che ho dei bellissimi capelli neri con un bellissimo colore che non ha bisogno di essere coperto, che la gente poi si gira per strada se vai conciata diversa e altre mille pippe. Ma le cose dentro di me sono cambiate progressivamente, sono effettivamente evoluta e spero che questa evoluzione continuerà perché mi fa stare meglio. Come sono evoluta? Beh, ho passato una vita con la paura del giudizio degli altri, con la necessità di assecondare gli altri in tutto e per tutto e con un fottuto terrore del rifiuto ma pian piano ho iniziato a comprendere (grazie a mesi e mesi e mesi e mesi di terapia) che non importa quello che pensa la gente se il tuo desiderio è un altro, rimanendo sempre all'interno di limiti morali, ovviamente. E così perchè no? In fondo è solo un taglio e un colore di capelli e se non mi fosse piaciuto avrei sempre potuto ritingerli oppure prendere la macchinetta e radermi a zero come feci a vent'anni. Non sarebbe di certo morto nessuno, io men che meno. Il risultato è stato che, beh, mi piaccio e anche molto (io che scrivo che mi piaccio è un vero e proprio avvenimento, lo so). Così mi sento molto più io, o meglio molto più io in questo periodo della mia vita. E allora: che bianco sia.

lunedì 31 dicembre 2018

Vademecum 2019

Bisogna scovare, affrontare e distruggere il male nella propria vita per poter rinascere e vivere felicemente.
Questa mattina mi sono svegliata con 'sta frase così chiara e limpida nella mia mente che mi ha lasciato davvero stupita. Sicuramente è frutto di tutte le riflessioni che questo periodo di solitudine forzata dal centro DCA mi sta imponendo (e per chi se lo stesse chiedendola risposta è no, non sta andando benissimo ma la chiusura per ferie del centro non mi lascia alternative).
La prenderò come una sorta di vademecum per il 2019.

mercoledì 31 ottobre 2018

Autostima

Ieri sera, da una mia cara amica, mi arriva il seguente messaggio whatsapp:
Per la tua inesistente autostima
Seguito da questa immagine catturata dal suo schermo del cellulare


Sono rimasta senza parole, incapace di rispondere se non smontando quanto accaduto con inutili battute ironiche e colme di tangibile imbarazzo e questo perché mi sembra assurdo che io possa piacere. E allora mi chiedo se mai passerà questo mio daltonismo mentale, se mai un giorno mi guarderò allo specchio e vedrò una bella donna invece che una ragazzina decisamente sproporzionata. Oggi non sarei dovuta andare dalla Psicocosa ma ho insistentemente chiesto un appuntamento perché mi è bastato vedere un numero in più sulla bilancia e sapere che stasera indosserò un tubino nero per cadere in una inquietudine tale da gettarmi nella confusione. Lo so, è già tanto che io non mi sia fatta prendere dal panico e che non abbia ristretto il mio regime alimentare a una mela in tutto il giorno, ma ancora sono lontana dallo star bene.

martedì 30 ottobre 2018

Lasciar andare

In questo periodo mi guardo intorno e vedo che molte situazioni che fino a questo momento sono rimaste invariate, stanno lentamente cambiando e tutte richiedono da parte mia un lasciar andare. Prima è arrivata la notizia della Dottoressa del centro (vedi post), poi ieri mi sono incontrata dopo quattro mesi col Don. Dovevamo riprendere i nostri incontri a fine estate ma purtroppo è stato male, ha subito due interventi e i tempi per forza di cose si sono allungati. Dopo una chiacchierata durata un'oretta l'ho ringraziato con tutto il cuore e gli ho detto che ormai ho intrapreso un percorso impegnativo e ben delineato col centro DCA per cui potevamo non incontrarci più almeno non per psicoanalizzarmi. L'ho visto soddisfatto, felice e entusiasta sia perché è riuscito a guidarmi pian pianino verso la consapevolezza di dover andare al centro DCA e di rimanere a farmi curare, sia perché ora, uscito dal terreno minato della psicanalisi, si potrebbe iniziare un percorso sul quale è ben ferrato: un percorso spirituale. La prima reazione da parte della sottoscritta è stata una grassa risata, poi dopo qualche battuta ironica e qualche frecciatina gli ho detto che ci penserò (e lo farò). Il lasciar andare più grande però è venuto con Primogenita. La ragazza da ottobre va a catechismo da sola, non che sia un gran traguardo visto che abitiamo di fronte alla chiesa. In questi giorni, grazie al diluvio universale e a Secondogenita malata, non riuscivo ad organizzarmi coi tempi per portarla a scuola e così, con lei superentusiasta e io un po' titubante, abbiamo optato per un'opzione a mezza via: la accomagno per l'unico pezzettino in cui dovrebbe affrontare due semafori e poi, visto che dopo la strada è tutta marciapiedata, la saluto e ognuno per la sua via. Stamattina mentre la seguivo con la coda dell'occhio avventurarsi da sola sotto la pioggia mi sono resa conto di quanto io sia orgogliosa di lei. E' una bambina responsabile, generosa, di animo buono e sempre solare. Io la Amo. E tanto.

giovedì 6 settembre 2018

Se mi rilasso ingrasso

Oggi la bilancia ha segnato un + 4kg e questo a testimonianza del fatto che non sono tutte mie paranoie mentali ma che se mi rilasso e mangio come voglio poi ingrasso. E se guardiamo il mio bel diario alimentare che ultimamente inizio ad odiare, si può anche dedurre che non è che mangi poi tutta sta gran quantità di roba. Ma d'altra parte se ho una madre obesa, avevo un nonno obeso, avevo uno zio obeso, la genetica dovrebbe non mentire. Questi bei pensieri insieme a quelli che avevo in precedenza si uniscono ai motivi per cui non voglio andare al centro: sono ingrassata, voglio tornare a pesare quanto prima per cui mi voglio rimettere a stecchetto e non voglio che mi controllino. In più aggiungeteci il mastodontico dubbio: ma questi pensieri li fa qualsiasi persona normale o sono malata? Quest'ultima domanda è quella che ultimamente mi ripeto più spesso: sono davvero malata? Per ora sto cercando di tornare ai pensieri dell'inizio, quando cercavo di fare un passo alla volta e quantomeno di non disdire l'appuntamento. Un passo alla volta.

giovedì 30 agosto 2018

L'apparenza inganna – parte 2 di 2

Uno pensa sempre che l'erba del vicino sia più verde della propria ma quando inizi a confrontarti col vicino, ecco che spuntano talpe, parassiti, e magari scopri che quell'erbetta perfetta in realtà non è altro che robaccia sintetica. Del mio DCA sono al corrente davvero pochissime persone ma questa estate, complice non so bene cosa, mi sono confidata con altre due persone e cosa ho scoperto? Una delle due è in terapia da anni per attacchi di panico e forme di ansia fortissime e mi ha rivelato che le altre due sue superamiche (sono una sorta di trio groopie liceale nonostante si avvicinino ai quaranta) sono anch'esse in terapia per svariati motivi. La seconda invece con la quale mi sono confidata, mamma dolcissima di due figli meravigliosi, mi ha letteralmente shockata. Forse perché io con loro sono stata in vacanza un paio di anni fa per cui si presume di aver visto le dinamiche familiari e il comportamento tenuto all'interno del proprio cerchio. Per farla breve mi ha detto che ha avuto un attacco fortissimo di depressione unito a esaurimento, gli è partito il cervello sgridando i figli in modo così violento che ha avuto paura di poter far loro del male e, nel momento seguente di semilucidità, con i bambini in casa, ha tentato il suicidio ingerendo una quantità spropositata di farmaci, ha chiamato il marito chiedendogli scusa e si è messa a letto. Quando è tornato a casa il pover'uomo ha trovato i figli sconvolti che dicevano che la mamma si era arrabbiata tantissimo, che era andata a letto e che da quel momento non si muoveva più. Ambulanza. Casino. Psichiatra fisso. E io, che credevo di essere impantanata nel fango fino al collo, mi sono ritrovata a comprendere che tutti hanno problemi più o meno gravi con i quali convivere quotidianamente. Magari non si vedono dall'esterno, magari c'è chi li ha così lievi da sembrare inutili o chi li ha così pesanti da soffocare, ma bene o male tutti hanno qualcosa nel proprio cassetto. Potrà sembrare poco, ma questa rivelazione mi ha fatto sentire un po' meno merda.

mercoledì 29 agosto 2018

L'apparenza inganna – parte 1 di 2

L'apparenza inganna, e questo si sa da sempre. Ma quando l'apparenza ti inganna proprio palesemente, facendotela sotto il naso, allora inizi a meditarci sopra. Questa mattina a colazione Mr D. ha detto che una coppia di nostri amici si sta separando. Sono caduta dal pero. Proprio loro. Coppia perfetta, figli perfetti, passioni comuni, sempre insieme. Ne hanno passate di tutti i colori, loro, superando anche la malattia importante di lui e rimanendo sempre uniti. Sono una di quelle coppie belle da vedere, una di quelle coppie che ti aprono il cuore. E così mi è venuto in mente un dialogo fatto con la mia vicina di casa giusto tre giorni fa:
“Ciao Spetti! Siete tornati!”
“Sì sì giusto sabato...”
“Ah... che bella famiglia che siete... una famiglia da Mulino Bianco... meravigliosi”
“Eh come no! Non le sente le urla delle nostre figlie e le nostre urla su quelle loro?”
“No no, mai sentite... ah.... siete una famiglia perfetta!”
To be continued...

martedì 31 luglio 2018

I motivi maledetti con finale a sorpresa

Ci sono vari motivi per cui non mi piace parlare di quello che sto attraversando con le persone che mi sono vicine, uno di quelli più mastodontici è il cambiamento di comportamento di queste persone nei miei confronti. L'ho notato da quando ho lanciato la bomba a mio padre perché prima... beh... lo sapeva bene o male solo Mr D. Comunque ho notato due mutamenti principali che più volte mi hanno fatto pensare che aver fatto outing sia stato un errore:
  1. Quando mangi insieme a loro ti osservano come se fossi un alieno da tenere sotto controllo
    Mr D. ha tutta una sua tecnica che consiste nell'aspettare che inforchetti qualcosa per abbassare lo sguardo sul piatto, tenere la testa ferma davanti a sé e con gli occhi guardare dalla mia parte. Una faccia dritta con gli occhi storti di lato. E ovviamente quando secondo lui mangio troppo poco, me lo fa notare subito, facendomi quel bel pressing di cui non ho assolutamente bisogno perché ci sono già io a fare pressing a me stessa... e pure troppo. Mio padre invece non lo nasconde. In 37 anni non ha mai insistito perché mangiassi molto, anzi, ha sempre delle due frenato il mio mangiare. Venerdì sera era un tutto: ma perché non mangi questo? Ma perché non fai il bis di quest'altro? Hai mangiato a sufficienza? Ma perché non ti unisci a noi e prendi il gelato?
  2. Non comprendono la situazione ma la possono accettare
    Chi non ha vissuto un disturbo alimentare non può davvero comprendere cosa comporti e questo semplicemente perché non è un disturbo che si possa capire con il raziocinio. Il primo impatto dunque è sempre lo stesso: mi guardano e mi parlano come se fossi stupida. Ne ho scritto giusto ieri quando precisavo che è abbastanza normale pensare di avere a che fare con un idiota se quello di fronte a te non mangia e pesa 40 kg, o se mangia e poi subito vomita volontariamente, o se si scofana di cibo fino a non riuscire più ad alzarsi dal letto. Non è facile, dunque, capire che non sono stupida ma che sono semplicemente malata.
A onor di cronaca preciso anche che da quando mio padre è venuto a conoscenza di questa cosa ha cambiato in generale il suo atteggiamento nei miei confronti. Da padre completamente assente quale è sempre stato si è trasformato in una persona che si fa vivo almeno una volta al giorno e in almeno un messaggio mi scrive quanto mi voglia bene. Non capisco se sia dovuto al fatto che qualche domandina se la stia ponendo e si senta in qualche modo responsabile della situazione (cosa che francamente non credo) oppure sia semplicemente preoccupato per me. Francamente non credo che saprò mai la verità, ma intanto mi godo la felicità di averlo visto venerdì e di rivederlo domani... due volte in una settimana. Nevicherà.

giovedì 21 giugno 2018

Work in progress (?)

Non so perché io sia così reticente a scrivere del centro dca e del lavoro che stiamo impostando là dentro, sarà perché credevo fosse un percorso molto difficile e invece ho scoperto essere a dir poco mastodontico, sarà perché siamo comunque di fronte ad argomenti delicati, a una malattia non sempre compresa e di cui ci si vergogna. Non lo so. Fatto sta che da quando ho iniziato ad andare non ho scritto ancora un post. La mia impostazione generale ultimamente è sempre la stessa: cercare di vedere il lato positivo per non girare i tacchi e fuggire. La prima volta che sono andata mi è stato semplicemente chiesto di provare ad assaporare il cibo che mangio e io, in tutta risposta, ho iniziato ad avere degli attacchi di panico da manuale. La cosa positiva è che, quantomeno, capisco di avere un problema e che non posso girare i tacchi e fuggire. Mi hanno detto che ci vorranno circa sei settimane solo per capire come impostare la terapia e la riabilitazione e poi ci vorrà circa un anno per riuscire ad apprezzare i risultati. Come mi sento? Francamente non lo so, la paura predominante rimane quella di ingrassare. Sarà che dopo il focolaio ho perso un po' di chili, sarà perché da quando mi è stato chiesto di assaporare ne ho persi altri, ma nella mia testa le battaglie sono sempre le stesse. Vedremo.