Ormai ho limitato
tantissimo il flusso di informazioni proprio per evitare di starci
troppo male. Ieri però mi è capitato sott'occhi un servizio del Tg1
in cui si parlava di una struttura con piccole stanze singole munite
di bagno riservate a bambini che hanno entrambi i genitori positivi
al covid e ricoverati in ospedale. Bambini dai 6 ai 13 anni, come le
mie. I bambini, ritenuti potenzialmente positivi, verranno portati in
questa struttura in quanto non possono essere affidati ai parenti a
causa della loro potenziale positività, uno per stanza. Anche i
fratelli verranno separati. E così mi è presa l'angoscia al solo
pensiero, a quei poveri bimbi e al trauma che vivranno e questo non è
neanche il lato peggiore della medaglia perché in fondo se finiscono
lì stanno bene e non hanno bisogno di particolari cure. E i
genitori? Guariranno? Li rivedranno? Quella che stiamo vivendo è
davvero una situazione di merda. Lasciatemelo dire.
lunedì 30 marzo 2020
venerdì 27 marzo 2020
Giocando primogenitamente
“Sto giocando
agli esploratori mamma. Vedi? Ho preso una mappa, una torcia e una
spazzola.”
“Ehm... una
spazzola? E a che ti serve la spazzola?”
“Per spazzolarmi
i capelli. Che domande...”
giovedì 26 marzo 2020
I sintomi-spia
La Psicocosa ha un
modo tutto suo per farmi capire in modo chiaro e immediato quella che
è la mia situazione: le analogie. Quando ci siamo sentite martedì
per la nostra consueta seduta (via skype) ero spaesata. In questo
periodo di reclusione forzata infatti mi rendo conto che alcuni
pensieri proprio non se ne vanno: il desiderio di dimagrire, le
abbuffate e lo sport come compensazione. E ho iniziato a chiedermi se
sarà sempre così e ho iniziato, come sempre, a dire che questi
comportamenti io proprio non li voglio ma non riesco ad evitarli. Lei
è stata cristallina: se ti siedi in macchina e si accende la spia
della benzina, non puoi pretendere di risolvere il problema prendendo
un martello e spaccando la spia. Cercare di risolvere i sintomi-spia
senza risolvere i problemi che causano quei sintomi-spia sarebbe
totalmente inutile, senza contare il fatto che poi i problemi
continuerebbero ad esistere. Io la adoro. Ma non posso fare a meno di
chiedermi se ogni volta che avrò a che fare con qualche ansia o con
qualche paura l'automatismo della bulimia tornerà sempre fuori.
mercoledì 25 marzo 2020
Studiare primogenitamente in isolamento
“Domani ti
interroga, Primogenita. Le sai le potenze?”
“Ecchescatole!
Sì! Sì le so!”
“Allora dimmi”
“Sì.. cioè..
però.. cioè.. io le so fare eh però boh”
Aaaaaapposto
martedì 24 marzo 2020
I pro
Stare chiusi in
casa senza uscire ha i suoi pro che ho assolutamente bisogno di
elencare per sentirmi meglio:
- Pigiamatutando. Passo da pigiama alla tuta e dalla tuta al pigiama. Io ADORO stare in tuta e adoro stare in pigiama. Adoro stare comoda e senza reggiseno. Potessi, vivrei sempre così
- Dis-ordine. La casa può essere anche disordinata che tanto non vengono ospiti
- Il silenzio notturno. Aaaaaah... il silenzio notturno. Non sentivo silenzio di sera da quando vivevo nella vecchia casa affacciata sul parco. E' strano ed è bello non sentire il vociare chiassoso della gente alle 4 del mattino o svegliarsi di soprassalto al passaggio di una moto sotto casa. Mi piaaaaaaace
- Il tempo. Ho tempo, non tantissimo perché fra il lavoro, la casa, i compiti delle bambine, le verifiche, la spesa e quant'altro non è che navighi nel nulla però ho più tempo di prima. E mi posso permettere di fermarmi per fare una partita a carte con le mie figlie o per fare il pane tutti i giorni come facevo una volta
- La messa a letto. Visto che il giorno dopo non c'è scuola non ho bisogno di urlare come una disperata per ottenere un coricamento entro le 21,30. Se le ragazze vanno a letto un po' più tardi chissene
- La sveglia. Io non ho problemi con la sveglia, di norma mi sveglio sempre prima che suoni ma è piacevole non dover guardare l'orologio, non dover svegliare nessuno né preparare la colazione in fretta. E' bello potermi mettere al computer prima che le bimbe si sveglino e lasciarle dormire come se fosse sempre domenica
- L'impastatrice. La mia casa è assai minimalista, non c'è praticamente alcun oggetto fuori dal suo posto al chiuso e questo perché ci piace così. Ma in questo periodo, visto che di qui non passa nessuno, posso lasciare le cose fuori dai cassetti che tanto chissene. E così ho l'impastatrice sul piano della cucina senza doverla riporre tutte le volte. E questa cosa mi rende felice
- I film. A me piace tantissimo accoccolarmi sul divano col mio gatto sulle gambe a guardarmi un film, meglio se con tutta la famiglia. E visto che di solito non lo facciamo quasi mai, sono davvero felice
- I fine settimana. Di solito i fine settimana sono sempre pieni di impegni: la piscina, la parrocchia, la messa, le festicciole di bambini. Ora i fine settimana sono vuoti, piacevolmente vuoti e se anche devo dedicare un'ora a pulire la casa lo faccio più volentieri visto che ho tutto il tempo del mondo
- Camomilla. Camomilla, la mia gatta asociale, è diventata improvvisamente coccolona, di una coccolaggine che rasenta il diabete. Finalmente.
- Suonare alla finestra. Quando ero adolescente non uscivo mai. Ma proprio mai mai e mi piaceva suonare alla finestra della mia camera. Era un momento di raccoglimento, un momento tutto mio che mi regalava una gran serenità. Ora posso tornare a farlo senza essere presa per pazza, senza che la mia voce sia soffocata dal casino della strada e dal passaggio di autobus e macchine
Sono sicura che ci
siano altrettanti lati positivi ma per il momento mi vengono in mente
solo questi. Scriverò sicuramente un'altra tranche fra qualche
giorno.
lunedì 23 marzo 2020
La vita ai tempi del coronavirus
Io sono fortunata.
Quando scoppiò il caos non ero a Bologna per cui ho “guadagnato”
una settimana lontana dalle restrizioni della mia città. Dunque sono
solo due settimane o poco più che non posso uscire di casa. E sono
fortunata perché io in casa ci sto proprio bene. E' vero: sono una
persona molto attiva, vado a correre almeno tre volte a settimana,
faccio tutto a piedi o in bicicletta e passo la maggior parte delle
mie giornate all'aperto ma nel profondo sono una pantofolaia. Adoro
stare in tuta e in pigiama, mi piace accoccolarmi sul divano con la
mia gatta sulle gambe a guardarmi un film, mi piace colorare mandala,
fare puzzle e suonare fra le mie quattro mura. Credo che tutto questo
sia da ricondurre alla mia adolescenza, quando non uscivo mai, ma
proprio mai mai, perché fuori in mezzo alla gente io stavo male.
Queste due settimane dunque non ho accusato più di tanto questa
reclusione forzata. Sono stata una delle prime persone a non uscire
affatto di casa se non per una spesa settimanale perché ho pensato
fin da subito che se raccomandavano di stare in casa un motivo valido
c'era sicuro e così ho fatto, anche rinunciando allo sport fuori
casa perché in fondo ci sono altri modi per allenarsi. All'inizio
tutto sembrava abbastanza normale: dalle finestre di casa mia
continuavo a vedere le persone prendere l'autobus, portare fuori il
cane, andare a correre. Ma piano piano (forse troppo piano) le cose
sono cambiate e ora quello che vedo ha davvero dell'inquietante:
Bologna la grassa e l'umana, Bologna che il venerdì e il sabato sera
non mi fa dormire dagli schiamazzi è diventata deserta. Per strada
non passa quasi nessuno, gli autobus che transitano sono vuoti e non
vomitano più gente come se non avessero fine, le poche persone per
strada hanno guanti e mascherine, si guardano e si evitano. E ieri,
beh ieri mi è presa male. Non per il bisogno di uscire o di prendere
una boccata d'aria, ma per la situazione surreale ma fin troppo reale
nella quale ci troviamo. Non facevo che pensare che prima che tutto
questo abbia fine passeranno ancora parecchie settimane, che mi
piacerebbe non uscire proprio più per limitare la possibilità di
contagio facendomi portare la spesa a casa, che non potrò
riabbracciare mia nonna ottantottenne ancora per troppo tempo, con
una paura fottuta di non poterla proprio riabbracciare più, che nel
caso succedesse che mi ammalassi (essendo io l'unica ad uscire di
casa per la spesa) non potrei più occuparmi delle mie figlie per
troppo tempo, nella migliore delle ipotesi in quarantena in camera da
letto. Ho provato più e più e più volte a fare la spesa online in
più siti ma tutti pieni, nessuna possibilità di aver qualche
alimento direttamente in casa. Mi è presa così male, con così
tanti attacchi d'ansia e così forte desiderio di piangere che non
sapevo più da che parte voltarmi. E così ho fatto l'unica cosa che
so fare bene: ho iniziato a cantare. Ho aperto la finestra per
catturare un po' di sole e di aria, ho imboccato il mio ukulele e ho
iniziato a cantare come di solito faccio per strada. Alcuni
avventurieri solitari si sono fermati ad ascoltarmi, una persona ha
cantato, un'altra si è fermata a fare due chiacchiere con me,
un'altra mi ha fatto i complimenti da lontano, il Don è uscito dalla
chiesa nella quale diceva il rosario per salutarmi e ringraziarmi, un
vicino di casa si è affacciato e mi ha detto di aver aperto la
finestra solo per ascoltarmi finché è arrivata la guardia di
finanza, si è fermata all'incrocio e ha iniziato a fermare le
persone e a fare giustamente multe a tappeto. Ed è lì che di nuovo
mi è preso lo sconforto, ho appoggiato il mio strumento, ho chiuso
la finestra e mi sono rintanata di nuovo in casa. Questa mattina
ancora quell'oppressione al petto non se ne va e così ho pensato che
non ha senso che io mi faccia angustiare così tanto, che posso
leggere i giornali sono una volta al giorno ma anche no (tanto c'è
Mr D. che si informa), che i miliardi di messaggi whatsapp con le
presunte vere notizie li posso ignorare e che facebook che
ultimamente guardo più spesso può anche andare a farsi fottere.
Domani scriverò una bella lista dei pro di questa situazione
casalinga, magari mi farà stare meglio.
venerdì 20 marzo 2020
giovedì 19 marzo 2020
Succede anche questo
In centro a Bologna
abbiamo la raccolta differenziata porta a porta una volta a settimana
per cui se ti dimentichi o non hai voglia di scendere a lasciare il
pattume, ti ritrovi sommerso con il doppio dei rifiuti per tutta
un'intera settimana. Ieri sera era la giornata della carta e della
plastica e visto che settimana scorsa non avevamo voglia di scendere
era assai importante cogliere l'occasione a questo giro. Dopo aver
supplicato Mr D. che mi ha risposto suppergiù “ciccia” mi sono
apprestata a scendere: pigiamone pelosone sopra e a pois sotto,
mollette sui capelli, ciabatte, duecento buste di carta e plastica.
Niente trucco, niente chiavi, niente cellulare. Decido di uscire
lasciando la porta aperta di casa, scendo, sto attenta a non chiudere
il portone, appoggio l'immondizia, spingo sul portone e... è chiuso.
Ma porc. Inizio a suonare il campanello. Nessuno risponde. Lo risuono
energicamente. Nessuno mi apre. Ed è lì che mi arriva la
consapevolezza di aver spento il campanello poco prima (eh sì,
abbiamo la possibilità di spegnere il campanello dopo che mi ero
francamente stancata di sentire suonare alle 3 di notte gli studenti
che ubriachi chiedevano il tiro). Mi guardo intorno. Il deserto.
Qualcuno si accorgerà che non torno più su, sono in 3 in casa e mi
hanno visto tutti e 3 uscire col pattume. Aspetto 5 minuti. Niente.
Aspetto 10 minuti. Niente. Da un lato sono felice che non passi
nessuno vista la mia mise supersexy, dall'altro francamente inizio ad
essere un po' angosciata. Non posso urlare perché il mio portone è
dal lato delle camere da letto e loro sono tutti in camera, inoltre
coi doppi vetri sarebbe inutile. Passa un ragazzo solitario che mi
guarda come se fossi uscita da un film horror, non gli posso chiedere
nemmeno in prestito il cellulare perché non ci possiamo toccare, non
ci possiamo nemmeno avvicinare tant'è che alla mia vista se ne passa
dall'altra parte della strada. Ah! Il Covid! Che fare? Citofono alla
mia vicina di casa nella speranza che lei non sia così scema da aver
chiuso il campanello. “Sì?” “Ciao... scusa.. sono B. e sono
rimasta chiusa fuori di casa. Mi dai il tiro per favore?”. E così
salgo, chiedo alla mia beata famiglia se nessuno si è accorto che
manco da un quarto d'ora e mi guardano tutti con quello sguardo vacuo
di chi vorrebbe già essere a letto ma non ha la forza di alzarsi in
piedi e percorrere i 3 metri di distanza divano-camera. Finisco di
sistemare la cucina, mi lavo i denti e mi affaccio alla finestra con
lo spazzolino in bocca quando la vedo, la mia vicina, nascosta dietro
la tenda a guardare giù. Aspetto. Continua a rimanere lì, immobile.
E allora le scrivo: “Ehm... ciao... scusa ma perché stai nascosta
dietro la finestra?” “Ah... 5 minuti fa mi ha suonato una certa
Gerardina e ho aperto ma non so chi sia...”. Siamo tutti
sciroccati.
mercoledì 18 marzo 2020
I punti critici
Quando misi piede
per la prima volta dentro il centro DCA misero subito due punti in
chiaro:
- dai disturbi alimentari non si guarisce mai del tutto
- una volta finito il percorso si può stare bene e si può vivere una vita normale
Oggi, a distanza di
un anno e mezzo ho ben chiaro il primo concetto, così chiaro che a
volte mi prende lo sconforto. Ogni persona che soffre di DCA ha il
suo percorso, le sue criticità e le sue cose dalle quali non guarirà
mai. Io, ad esempio, ora ho chiaro quali sono le mie criticità ma
non so ancora quali sono le cose dalle quali non guarirò mai.
Nonostante io stia decisamente meglio rispetto a quando ho iniziato
il percorso, ho dei punti critici dei quali non riesco non solo ad
intravedere la fine ma neanche ad immaginarla:
- il mangiare veloce: non riesco a non farlo. Con la psicocosa abbiamo formulato varie ipotesi, una delle quali spiega questo mio comportamento riportandomi alla mia adolescenza quando io, a tavola, proprio non ci volevo stare vista la situazione orrenda che avevo in casa. Ma ora che questa situazione è passata e ormai lontana ancora non riesco a cambiare questo comportamento
- smettere di mangiare alla sazietà: da tempo ormai mi è stato tolto il diario alimentare che mi aiutava a capire, controllando maniacalmente tutto, il mio modo di mangiare (dal punto di vista fisico). Ora che non ho più quello strumento fatico a comprendere i meccanismi alla base del mio ingurgitare senza riuscire ad avere un freno, senza riuscire ad assaporare, senza riuscire a sentirmi piena e a smettere. Questo è il punto che mi fa interiormente più male
- il voler vomitare: ad essere sincera questa è una sensazione che attualmente è rara ma che si presenta ogni tre per due ed è abbastanza ovvio che sarà uno dei punti dai quali non guarirò mai. Mi capita infatti di desiderare di vomitare, come per svuotarmi di tutto, come per sfogarmi. Ora è un pensiero fugace che appena fa capolino scaccio via come un moscerino fastidioso ma c'è sempre. A volta mi prende in modo più forte e deciso e l'unica maniera per togliermelo di testa è sfogarmi in qualche altro modo. Di solito lo sforzo fisico funziona
- il voler dimagrire: ormai lo so che questo, più di tutti gli altri, è il sintomo che qualcosa non va, qualcosa che è nascosto sotto la superficie del voler essere magra a tutti i costi. Non è più come prima, non è più un'ossessione, un bisogno primario, un pensiero totalizzante, ma c'è e c'è sempre. E io proprio vorrei riuscire a non pensarci più
- lo sport come compensazione: lo sport è stato da me usato come compensazione per molto tempo. Ora non è più così, o almeno non sempre ma spesso, spesso sì.
- gastrite: dopo aver massacrato il mio stomaco per vent'anni giustamente non sta bene. In accordo con la dottoressa abbiamo deciso di fare dei periodi col farmaco e dei periodi senza in modo da non far abituare il mio stomaco alle medicine. Tuttavia ho finito da meno di una settimana la cura (di solito dopo stavo meglio) e sto ancora male. Dovrei tornare a fare una gastroscopia ma a causa del covid è tutto sospeso e attualmente mi tengo il mio mal di stomaco perenne, alleviando con integratori che francamente sono come acqua fresca. C'è da dire che la gastrite mi è amica, mi aiuta a capire che sto mangiando male, veloce e più del bisogno. Forse. Forse no. Non lo so.
E a leggere questo
elenco mi prende lo sconforto, mi sento così lontana dalla meta
finale.
martedì 17 marzo 2020
Sotto attacco
Da circa una
settimana il mio blog è sotto attacco. Mi arrivano in media 4/5
messaggi al giorno di spam nei commenti e la cosa inizia ad
infastidirmi. Blogger purtroppo non ha un sistema di blocco spam
posso solo, ogni volta che arriva un commento, segnalarlo come spam
ed eliminarlo. Qualcuno ha qualche suggerimento utile che impedisca
alla pazzia di giungere inesorabilmente alla mia porta?
lunedì 16 marzo 2020
15 marzo- Giornata Nazionale contro i disturbi alimentari
Chi soffre di
disturbi alimentari non vive ma soprattutto non riesce a capire e a
comunicare a parole ciò che il sintomo grida in silenzio.
E' vero che siamo
tutti concentrati sul covid-19 ma leggere, informarsi e abbattere i
pregiudizi contro chi soffre di questa malattia e aiutare chi ne
soffre a smettere di vergognarsi (perché non c'è nulla di cui
vergognarsi), credo sia una direzione giusta da prendere tutto
l'anno.
Specialmente oggi.
venerdì 13 marzo 2020
giovedì 12 marzo 2020
Successe ieri sera ovvero Il miraggio montano
Mio marito, che
dorme ronfando sul divano da circa tre quarti d'ora, si è girato, mi
ha guardato con gli occhi a mezz'asta e ha biascicato: “Non mettere
le bambine sulle piste da sci”. E poi si è riaddormentato di
botto. Ok.
mercoledì 11 marzo 2020
Come cambia la quotidianità
Noi siamo partiti
per la settimana bianca che a Bologna ancora non si era registrato
alcun caso di coronavirus e siamo andati in un posto dove di casi
proprio non ce n'erano. Abbiamo passato una bellissima settimana
spensierata in mezzo alla natura, lontani dal mondo e dai suoi
problemi, lontani da internet, telegiornali, notizie e caos. Ma
quando siamo tornati abbiamo scoperto che è scoppiato di tutto di
più, con conseguenze che modificano la quotidianità e le abitudini
di tutti. E non vi dico al lavoro, visto che io lavoro in una scuola
(una scuola) di medicina cinese (cinese). Ciao. E' stato un rientro a
dir poco traumatico, basti pensare che nei primi dieci minuti di
lavoro sono riuscita a cancellare il mio account di posta elettronica
con dentro migliaia e migliaia di mail (se ancora mi chiedete come ho
fatto, giuro, non so rispondere). In questo periodo di solito il mio
lavoro è molto tranquillo, il grosso si svolge fra settembre e
gennaio, ma adesso siamo nel più totale trambusto. Basti pensare che
avrò una riunione anche questa sera alle 21. C'è da riorganizzare
tutte le lezioni tramite internet, tutti i calendari, tutto di tutto.
E l'adorabile compito spetta a me, ovviamente. E aggiungiamoci anche
che adesso lavorare da casa è un'impresa titanica avendo attaccate
alla giugulare due figlie dai compiti diversi, dai registri
elettronici diversi, dalle piattaforme e-learling (che non
funzionano) diverse. Un vero delirio. Mi ritrovo a lavorare in mezzo
a consigli di matematica, invii di compiti ai prof, letture di
italiano, con un orecchio alla ripetizione di scienze e uno alla
conversazione via skype. Non mi fraintendete, non ci penso nemmeno ad
uscire di casa. Non sono allarmista, sono molto tranquilla, ma penso
si tratti semplicemente di senso di responsabilità sia verso di noi
che verso le persone più a rischio. Penso che si tratti di adattarsi
e fare del nostro meglio affinché tutto finisca nel miglior modo
possibile e nel minor tempo possibile. E visto che nel mio piccolo
posso fare davvero poco, quel poco lo faccio con convinzione e lo
faccio bene. Io me ne sto a casa.
martedì 10 marzo 2020
Di partenze sbibuliniche intelligenti
“Svegliati amore
che dobbiamo far colazione, preparare le valige e partire”
“Ok. Io intanto
dormo”
ps: siamo tornati sabato... a domani gli aggiornamenti
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