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martedì 23 febbraio 2021

La responsabilità genitoriale

Ieri nella chat di famiglia Primogenita ha inviato un suo racconto chiedendo un parere dei nonni. Mi sono precipitata a leggerlo tutto d'un fiato: un giallo ben scritto, una trama avvincente, qualche errore qua e là ma per una ragazzina dodicenne è davvero un racconto spettacolare. Mio padre è stato il primo a rispondere. Ha scritto è che non credeva che il racconto fosse della nipote ma nel caso fosse suo si complimentava e, successivamente, elencava cosa secondo lui si poteva migliorare e gli errori commessi, chiedendo poi alla nipote di vedersi per parlarne. La seconda che ha risposto è stata mia madre, un semplice: “Brava! Io ti do 7”. Ed è lì che sento Mr D. chiedermi quasi urlando: “Oh! Ma hai letto cosa hanno risposto i tuoi genitori?”. Beh, sì che l'avevo letto. Mio padre la prima e unica volta che si è complimentato con me era il giorno della mia laurea per cui ritenevo il suo messaggio un vero successo. Inoltre non credeva che il racconto fosse di Primogenita per cui lo riteneva buono. E mia madre, beh, un sette non è mica male.

“Aspetta che legga i commenti mio padre! Vedrai come gliene dice quattro!”

“Perché? Perché dovrebbe dirne quattro?”

“Beh. Tuo padre ha esordito dicendo che secondo lui tua figlia non è in grado di scrivere un racconto così bello e poi è passato ad elencare tutte le cose negative. E tua madre.... beh tua madre... sette? SETTE? Oh! Ma ti pare?”

E per fortuna che non è vivo mio nonno. La prima volta che andai da lui a comunicargli il risultato del mio primo esame universitario gli dissi: “Oh! Nonno! Ho preso 29! 29 su 30!” E lui mi rispose “Non ti preoccupare, Spetti. La prossima volta andrà meglio”.E così ho iniziato a ragionare. In effetti Mr D. non ha tutti i torti. No no, ha proprio ragione. E io, che sono cresciuta in casa con una madre così e raramente a contatto con un papà così, sono cresciuta senza la minima autostima e la minima considerazione di me stessa. Forse che non sia stata tutta farina del mio sacco? Forse che sia stato un loro errore, in assoluta buona fede?

E la cosa davvero triste è che ci è voluto Mr D. per farmelo notare perché io avevo visto solo il lato bello dei loro commenti, anzi mi sembravano quasi esaltanti. Mi ricorda molto quando la Psicocosa mi diceva che io consideravo il mio massimo la base da cui partire, il minimo indispensabile dal quale poi pompare a mille.

Una cosa è assolutamente certa: io lo stesso errore non lo commetterò mai. Non sono certo una di quelle mamme che pompano i figli quando si presentano con un brutto disegno o con un racconto vomitevole (oh! Da una certa età in poi eh! Quando sono piccoli tutto quello che il bambino fa è meraviglioso), ma non sono di certo neanche una di quelle mamme che stroncano i figli tappandogli le ali che ancora stanno crescendo. Spero solo di riuscire a fare un lavoro diverso da quello fatto dai miei genitori per riuscire a porre le basi per una sana ed equilibrata autostima dei miei figli. Lo spero davvero.

mercoledì 20 novembre 2019

Chiarezza

Per anni, 38 anni, non sono riuscita ben a capire il perché. Andando via da casa di mio padre, anche da adulta, avevo sempre una strana sensazione di tristezza e angoscia. Tre settimane fa, complice un anno e mezzo di psicologa, mi si è palesata a me la ragione, come se fosse la cosa più ovvia al mondo, così ovvia che non l'avevo mai notata. Io e la mia splendida famigliola siamo andati a trovarlo e abbiamo passato la giornata da lui, immersi nei boschi e nelle chiacchiere. Per ben 4 volte ho provato a raccontagli di me e per ben 4 volte sono stata interrotta. Non mi faceva finire, attancando subito con qualcosa di suo e non inerente a quanto stavo dicendo io, come se non mi ascoltasse e fosse più importante condividere qualcosa che era successo a lui. La mia reazione? Chiusura. All'inizio una piccola chiusura poi piano pianino sempre di più sempre di più, come un piccolo cucciolo che, ferito pian pianino, si rintana appallottolandosi su se stesso. Mi sentivo triste, tanto triste, e tanto emarginata. Ma quello che ho visto mi ha stupito, non solo perché non me ne ero mai resa conto ma anche perché ci ho visto tanto bisogno, suo, di stare al centro dell'attenzione. E' sempre stato così, nulla di nuovo, ma a sto giro è stato diverso, mi è quasi dispiaciuto per lui, oltre che per me.

lunedì 9 luglio 2018

Rimozione forzata

Della mia infanzia ho molti vuoti di memoria probabilmente dovuti a una forte forma di autodifesa inconscia ma mai mi sarei aspettata di averli anche della fase adolescenziale. Di quel periodo io ricordo tutto, ricordo l'odio provato nei confronti di mia madre, il senso di solitudine, tristezza, incomprensione. Ma qualcosa in tutto ciò non mi quadrava, qualcosa non tornava e così, per la prima volta in vita mia, ho chiesto spiegazione a mia madre. L'ho sempre vista come una persona estremamente fragile, ansiosa e bisognosa di protezione per cui ho sempre cercato di non chiederle quasi nulla rispetto al nostro passato burrascoso, ma questo tarlo continuava a rodermi e così, sabato, ho chiesto spiegazioni. Ne è venuto fuori che ho un buco di 9 anni in cui non ricordo nulla. Nove anni... Porca paletta nove anni sono davvero tanti. A farla breve ho vissuto l'abbandono emotivo di mia madre a 12 anni (quando entrò nel nostro esclusivo e simbiontico rapporto il suo marito attuale) ma in realtà lei se ne andò di casa quando io ne avevo 21. Io invece ricordo che lei se ne andò a 12. Il mio vissuto reale e il mio vissuto emotivo non combaciano ma almeno le incoerenze che prima non mi tornavano (ovvero l'amore viscerale di mia madre per me e il suo abbandono ai miei 12 anni) ora sono sparite. Rimane solamente questo divario fra realtà e interiorità che è anche tutto sommato facile da spiegare. Sebbene il passato non cambi, ora mi sento più serena.